Dedicato a...

Letture

Membri del blog


Commenti

Archivio

Segnalato su

Inserisci qui i tuoi bottoni

Box

Disclaimer

Menù

About

Utente: brebisnoir
Sono una pecora nera!

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Link amici

Categorie

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore visite

Grazie per le *loading* visite.

Credits

Postato alle 18:59 di mercoledì, 29 luglio 2009
Postato da brebisnoir

fede10  filippi

pellegrini1 cleri vitale grimaldi 

adelizzi cagnotto dallapè tania

 

 

 

e ora ditemi, qual'è il sesso debole?

 

 

 

 

 

permalink | Leggi i commenti (4)
Categorie del post: sport, emozioni Grazie per i vostri commenti |commenti (4)
Postato alle 16:45 di lunedì, 23 marzo 2009
Postato da brebisnoir

Io ho fatto una donazione a sostegno del progetto della CIFA che vedete nel banner qui sopra. L'ho fatta in memoria di un amico che sabato ci ha lasciati. Però voi potete sostenere questo progetto semplicemente perché è un buon progetto, anche se non avete conosciuto Alessandro.

permalink | Leggi i commenti (2)
Categorie del post: emozioni Grazie per i vostri commenti |commenti (2)
Postato alle 15:09 di venerdì, 20 febbraio 2009
Postato da brebisnoir

(…) Ero assieme al tenente e guardavamo le cose nell’oscurità e ascoltavamo il silenzio. Sentimmo che Chizzarri veniva in cerca di noi. — Signor tenente, vi vogliono al telefono, — disse. Rimasi solo e guardavo i reticolati a metà sepolti nella neve, le erbe secche sulla riva del fiume immobile e duro, e sull’altra riva indovinavo nel buio le postazioni dei russi. Sentii una nostra vedetta tossire e un passo lungo e felpato come quello del lupo: il tenente ritornava. — Cos’era? — dissi. E morto Sarpi, — rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco. — E stata una pattuglia, — disse il tenente; — entrò nel suo caposaldo dalle spalle e penetrò nella trincea. Uscendo di corsa dal suo ricovero alla curva di un camminamento si prese una raffica in petto. Hanno portato via anche un conducente della nostra compagnia che stava spalando la neve dai camminamenti. Andiamo a dormire ora. Buon anno, Rigoni —. Ci stringemmo la mano. Come tutte le mattine, quando venne l’alba, andai a dormire; come sempre mi sdraiai sulla paglia che una volta era stata il tetto di un’isba, con le scarpe, le giberne, il passamontagna; mi tirai sopra il pastrano con il pelo e guardando i pali del bunker mi addormentai. Come al solito, verso le dieci, Giuanin mi svegliò per spartire il rancio. Era speciale quel giorno: patate in umido, carne, formaggio, vino, e, come sempre, nel percorso dalle cu cine al caposaldo s’era gelato. Vedendo il rancio speciale mi ricordai che era capodanno e che nella notte era morto il tenente Sarpi. Uscii fuori dalla tana. Il sole mi fece vedere tutto bianco, poi andando piano per i camminamenti mi portai nella postazione più avanzata sotto i reticolati. Da li guardai le peste del battaglione russo che aveva attraversato il fiume a cento metri da noi. Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme a bresciani e bergamaschi. Eravate contento, signor tenente, dei mitraglieri; anche se bestemmiavano quando ordinavate di pulire le armi mentre a voi non piaceva sentir bestemmiare. La sera venivate nella nostra tana: prima dicevamo il rosario, poi cantavamo, poi bestemmiavamo. Allora tenente Sarpi ridevate, poi dicevate parolacce in siciliano. Ora a cento metri da qui vi sono sulla neve le tracce della pattuglia. Parlava sovente del mio paese, mi guardava fisso con quegli occhi piccoli e neri. Giuanin chiedeva al tenente Sarpi: — Quando rivarem a baita sciur tenente? — Nel quarantotto, Giuanin, nel quarantotto —. Giuanin strizzava l’occhio, ritirava mesto la testa fra le spalle e si allontanava borbottando. Il tenente rideva, lo chiamava e gli dava una Popolare. Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve. Nella sua nicchia vicino alla stufa Giuanin mangerà il rancio e penserà: «Ghe rivarem a baita?» Camminavo solo per i camminamenti. Mi fermai accanto a una vedetta e non dissi niente; guardai da una feritoia la neve sul fiume; non si vedevano più le peste della pattuglia, ma io le avevo e le ho ancora dentro, come piccole ombre sulla neve di luce ghiacciata.

Il sergente nella neve - Mario Rigoni Stern

permalink | Leggi i commenti (1)
Categorie del post: emozioni, non è farina del mio sacco Grazie per i vostri commenti |commenti (1)