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Come sempre Gramellini sa far molto meglio di me.
L'angelo tornato in paradiso
La fidanzata dei miei diciott’anni se n’è andata ieri. Ci eravamo conosciuti alla fine degli Anni Settanta su una tv locale. Lo ricordo come se fosse ora. Ero stravaccato sul divano del salotto quando lei mi venne incontro dal televisore acceso, con una criniera di capelli dorati e un sorriso pieno di denti, accompagnata dadue brune niente male che in uno slancio di generosità decisi subito di lasciare agli amici. Jill Munroe, mi pare la chiamassero le altre. Ma la seconda volta che vidi i suoi celebri occhi azzurri (stavamo già insieme, anche se lei non lo seppe mai) scoprii che la sua vera identità era Farrah Fawcett- Majors e che quel trattino prima del secondo cognome stava a indicare che era sposata.
Per fortuna non sono mai stato un tipo geloso. Altrimenti sarei impazzito: in quegli anni la bionda di Charlie’s Angels fu la fidanzata di alcuni milioni di adolescenti e un po’ anche dei loro fratelli maggiori, padri compresi. Ma fu soprattutto l’icona di una generazione, la mia, che per la prima volta sostituì le dive del cinema con quelle dei telefilm. Nessuna però era come lei. Intanto menava: una novità, per l’epoca. Fino a quel momento la fisicità delle dive era confinata alla dimensione erotica. Con Farrah scoprimmo che una donna poteva usare il suo corpo come un uomo, e che poteva farlo senza perdere un grammo della sua femminilità e della sua ironia.
Sì, andavo abbastanza orgoglioso della mia fidanzata. E ci rimasi male quando di lì a poco mi piantò per avviare una carriera cinematografica che non decollò mai, come se la sua immagine televisiva fosse troppo forte per far respirare tutto il resto. Al suo posto Charlie mi presentò sua sorella. Bionda e angelica pure lei, e interpretata da un’attrice col cognome importante: Cheryl Ladd. Ma con Cheryl non andammo mai oltre un breve flirt. Molto carina e simpatica, niente da dire. Ma Farrah era Farrah, non so se rendo l’idea. Ti bucava l’anima.
Il tempo passava, eppure io e gli altri suoi fidanzati non riuscivamo a dimenticarla. Leggevamo della sua vita caotica e del suo rapporto faticoso con Ryan O’Neal, il bello di Love Story. E facevamo il tifo per lei, con quella complicità affettuosa che si riserva soltanto alle ex che si sono amate davvero. Nel Natale del 1995 Playboy pubblicò un servizio fotografico di una Farrah ormai quasi cinquantenne. Vendette quattro milioni di copie: record di tutti i tempi, imbattuto.
È rispuntata nelle nostre vite pochi mesi fa, per raccontarci in un video che quel suo corpo così vitale non esisteva più. Mangiucchiato dal tumore al colon che ieri se l’è portata via. Ma, anche ridotta a una larva, a me sembrava bellissima, per quel coraggio di mostrarsi in pubblico e parlare senza retorica di prevenzione, portando il suo disfacimento come monito. È morta alla vigilia del matrimonio con l’uomo della sua vita, che si accingeva a sposarla a nome di tutti noi. Lascia alcuni milioni di vedovi e ben poche eredi in grado di coniugare la fisicità prorompente con un’assoluta mancanza di volgarità.
Villa spericolata
(Articolo da cantare, stonati compresi)
Voglio una villa maleducata - con la piscina piena di gin - voglio una bionda super truccata - con cui giocare insieme a nascondin - voglio una villa che non è mai tardi - per far scoppiare in spiaggia due petardi - voglio una villa con le veline vestite da camerieri sardi.
E poi ci troveremo io Alfano e Ghedin - a cercar foto sconce sotto i cuscin - ma forse non le troveremo mai - e allora amici cari saranno guai - mia moglie furibonda - la Cia che mi sfonda - e tutto il mondo a farsi sempre i fatti miei, eh.
Voglio una villa spericolata - con Smaila al piano e Bondi al clarin - voglio una pillola esagerata - che mi faccia i muscoli di Obama e Putìn - voglio una villa che non è mai tardi - per travestirsi tutti da ghepardi - voglio lanciar reggiseni in un cespuglio di cardi.
E poi ci sposteremo a palazzo Grazioli - per mangiar con le amiche pizza e fagioli - ma non la digeriranno mai - vorranno un diamante o una fiction in Rai.
Ognuna col suo book - ognuna col procuratore - ognuna avrà un registratore per farsi i fatti miei, eh. Voglio una villa maleducata - dove sposare una disoccupata - voglio un Paese che se ne frega - e guarda i tiggì senza fare una piega - voglio un Paese che sia pieno di tordi - li voglio ciechi muti e pure un poco sordi - voglio un Paese che di me non si scordi.
(Grazie Vasco, e scusa per lo scempio).
E grazie anche a te, Gramellini! :)
Un Gramellini dietro l'altro... già sto per ripropinarvi un ennesimo "Buongiorno" di Gramellini. Il fatto è che credo che lui abbia terribilmente ragione, anche questa volta.
Tutti avrete sentito della tragedia avvenuta a Merate, in provincia di Lecco, dove venerdì scorso è morta una bambina di due anni dimenticata in auto dalla madre. Credo che sia troppo facile accusare la donna di essere una madre snaturata, un orrendo mostro, una deviazione della natura perché, se ci fermiamo a riflettere, se ci guardiamo intorno (o se guardiamo noi stesse se abbiamo figli), se parliamo con le nostre amiche che sono madri-lavoratrici, ci accorgiamo di quanto peso gravi sulle spalle delle donne e delle donne-mamme-lavoratrici in particolare. Io non ho figli ma lavoro fuori casa. E poi lavoro in casa. Lavo, stiro, spolvero, stendo, cucino. Mio marito lavora fuori casa. Poi occupa il suo tempo libero giocando a tennis o facendo il dirigente di una società di calcio o andando a bere qualcosa da un amico o...
Ammetto che ci sono uomini che in casa danno una mano, ammetto anche che ci sia qualche uomo che si divida equamente i compiti con la moglie ma sta di fatto che nella maggioranza dei casi la gran parte dei compiti incombe sulle spalle della moglie. Ed anche una mamma è umana ed ogni tanto può andare in tilt.
Madre Stress
Prima di crocifiggere come madre snaturata la signora di Lecco che ha scordato la figlia di 2 anni in macchina nel giorno del suo compleanno, vorrei che pensassimo a tutte le volte in cui sarebbe potuto succedere alle tantissime donne che ne condividono la vita. Come ogni mattina la signora di Lecco si era alzata per prima, in modo da preparare la colazione al marito e ai figli, aveva controllato che i due più grandi si fossero lavati i denti e avessero messo la merenda nello zainetto, aveva ripassato con loro le tabelline e la grammatica.
Poi, mentre il marito li portava a scuola, si era gettata sulla più piccola: nutrendola, lavandola, vestendola, caricandola in auto per parcheggiarla dalla baby sitter, prima di raggiungere l’istituto in cui insegnava e dove sarebbe stata travolta dalle rimostranze della preside, dalle gelosie delle colleghe, dai lamenti dei genitori, dal frastuono degli alunni. A un certo punto, nell’ingranaggio folle della sua esistenza si è insinuato un buco: la donna ha dimenticato di passare dalla baby sitter oppure si sarà convinta di averlo fatto (capita, con i gesti abitudinari). Ha parcheggiato l’auto davanti alla scuola e si è lasciata travolgere dal lavoro fino all’ora di pranzo, quando una telefonata del marito le ha riacceso la luce. Si è scaraventata in strada, ma era tardi: la bimba agonizzava dietro i vetri chiusi ed è morta subito dopo per arresto cardiaco.
Prima di crocifiggere come madre snaturata la signora di Lecco, vorrei che ringraziassimo il destino perché ha il pudore di tramutarsi in dramma così di rado. Altrimenti il ritmo dissennato delle nostre vite provocherebbe ogni giorno una carneficina.
Sono giorni e giorni che, chiacchierando con i miei amici blogger sparsi per il bel paese, è emerso questo divario fra di noi e loro. Ovviamente, manco a dirlo, Gramellini è riuscito come al solito ad esprimere quello che penso con la sua solita ironia... ecco qui:
Fratelli d’Italia, forse non ve ne siete accorti, ma ce ne siamo andati. Dico noi, i fondatori. Quelli in alto a sinistra, che hanno sempre paura di disturbare. Da settimane ci svegliamo fra i nuvoloni e, ancora con gli occhi chiusi, percepiamo il rubinetto del cielo che sgocciola sulle nostre teste pazienti fino alla rassegnazione. Avanziamo su strade imbronciate appendendo il malumore agli ombrelli. Poi accendiamo la televisione e vi guardiamo, fratelli, mentre boccheggiate intorno alla fontana di Trevi o ai bronzi di Riace. Persino in piazza del Duomo. Abbronzati e accaldati, quando qui si smanetta sui termosifoni. E all’improvviso vi sentiamo lontani dai nostri pensieri. Le cartine dei meteo, poi. Sembrano vignette sadiche: l’altro ieri indicavano sole da Bolzano alle Piramidi. Fulmine e saette soltanto qui, in alto a sinistra.
Mettetevi nei nostri impermeabili. È logico che l’abitante del Nordovest solidarizzi con quelli di Ginevra e Lione, di cui condivide gli acquazzoni, piuttosto che con chi si tuffa dagli scogli indossando occhiali da sole. Visto da qui, anche «Gomorra» sembra un’esperienza esotica come «Il cacciatore di aquiloni». Non siamo secessionisti, ma raffreddati. Vorremmo che per una volta foste voi a portarci, se non la libertà, almeno un po’ di sole. Invece le previsioni dicono che saremo di nuovo noi a invadervi nelle prossime ore, galoppando a cavallo di nuvole basse. Proprio adesso che, dopo tante tempeste, il governo al governo e il governo-ombra (e chi si ricorda più come è fatta, l’ombra?) ci avevano promesso un cambiamento di clima.